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16 Maggio 2024 | Focus Ingredienti

L’OUD: COME UNA MATERIA RARA È DIVENTATA UN CODICE DELLA PROFUMERIA

Pubblicato il 16 maggio 2024. Aggiornato il 1° settembre 2026.

Pensavamo che l’oud non ci piacesse.

Troppo potente. Troppo vistoso. A volte troppo animale. Alcune interpretazioni ci sembravano persino decisamente stucchevoli.

Avevamo fatto esattamente ciò che in profumeria bisognerebbe evitare: confondere una materia con qualche profumo che la mette in scena.

Poi è arrivato Mathieu Nardin.

Da Les Bains Guerbois lavoriamo con i profumieri secondo un principio a cui teniamo molto: la carta bianca.

Raccontiamo loro una storia. Un’epoca. Un luogo. Una sensazione.

Poi sono liberi.

Non diamo loro una lista di materie da usare perché sarebbero di moda. Non chiediamo di costruire un profumo per rispondere a una ricerca di mercato. Non mettiamo in discussione il prezzo di una formula per sostituire una materia che ritengono necessaria con una meno costosa.

Hanno accesso alla tavolozza di cui hanno bisogno.

Non chiediamo ai profumieri di darci ragione. Chiediamo loro di portarci in un posto dove da soli forse non saremmo mai andati.

Sapevamo quindi che, prima o poi, l’oud ci sarebbe piombato addosso.

Bisognava solo trovare il modo di farcelo piacere.

Perché abbiamo un’altra regola: tutto ciò che creiamo, lo indossiamo.

IN BREVE

L’oud, chiamato anche agarwood, legno di agar o legno di oud, è un legno carico di resina aromatica che si forma in alcune specie di alberi, principalmente dei generi Aquilaria e Gyrinops.

Contrariamente a una spiegazione spesso ripetuta, non è semplicemente «prodotto da un fungo». La sua formazione deriva da meccanismi complessi legati in particolare alle ferite, agli stress subiti dall’albero, alla sua reazione di difesa e a interazioni con microrganismi.

Utilizzato da secoli in Asia e in Medio Oriente, dagli anni 2000 è diventato uno dei codici più visibili della profumeria occidentale.

Ma un profumo presentato come «oud» non contiene necessariamente olio naturale di agarwood. Il profumiere può anche creare un accordo oud, composto da più materie.

E contrariamente a quanto si potrebbe pensare, un accordo non è per forza una versione meno nobile della materia naturale.

A volte è proprio ciò che permette al profumiere di interpretarla.

CHE COS’È L’OUD?

L’oud non è un legno qualunque.

In alcuni alberi, principalmente Aquilaria e Gyrinops originari dell’Asia meridionale e sud-orientale, un’aggressione può provocare una reazione di difesa. Il legno si carica progressivamente di una resina scura e aromatica.

È questa parte resinosa che viene chiamata agarwood, legno di agar o oud.

Per molto tempo si è riassunto il fenomeno spiegando che un fungo infettava l’albero.

La realtà è più sottile.

Ferite, insetti, stress, microrganismi e meccanismi di difesa dell’albero possono intervenire nel processo. La scienza, del resto, continua a studiare con precisione queste interazioni.

Quello che ci piace molto di questa storia è che, prima ancora di essere un profumo, l’oud è già una trasformazione.

Un albero reagisce.

E il suo legno cambia.

CHE ODORE HA L’OUD?

Non esiste un solo odore di oud.

È probabilmente il primo luogo comune da abbandonare.

Il suo profilo dipende dalla specie, dall’origine geografica, dal grado di resinazione, dall’età del legno, dalle condizioni di formazione e dal modo in cui viene estratto o distillato.

A seconda degli oli e della qualità, si possono trovare sfaccettature legnose, affumicate, cuoiate, balsamiche, terrose, medicinali, animali o a volte molto più morbide.

Alcuni oli possono sviluppare anche sfaccettature che il vocabolario della profumeria definisce fecali.

La parola non è molto glamour.

Eppure è più onesta di tanti giri di parole.

Ed era proprio una delle sfaccettature che non volevamo veder dominare il nostro profumo.

L’OUD NON HA ASPETTATO LA PROFUMERIA DI NICCHIA

Parlare dell’oud come di una scoperta recente della profumeria sarebbe un’assurdità storica.

Il legno di agar è utilizzato da secoli in molte culture dell’Asia e del Medio Oriente, in particolare come legno da bruciare, incenso, olio profumato e in alcune pratiche medicinali o religiose.

La sua importanza culturale precede quindi di molto la sua comparsa sugli scaffali delle profumerie occidentali.

Quello che è recente, invece, è la nostra fascinazione occidentale per la parola «oud».

COME HA FATTO L’OUD A FINIRE OVUNQUE?

La svolta è stata spettacolare.

Secondo il database dell’esperto Michael Edwards (Fragrances of the World), nel 2004 erano stati lanciati nove profumi occidentali contenenti oud.

Nel 2012 ne contava 110 in quel solo anno.

In pochi anni, una parola che molti consumatori europei conoscevano appena è diventata un segno immediatamente riconoscibile della profumeria cosiddetta di lusso o di nicchia.

OUD.

Tre lettere.

Una promessa quasi istantanea di oscurità, di legni preziosi, di Oriente, di potenza, di rarità.

Ed è qui che le cose si fanno interessanti.

Perché quando una materia diventa un argomento di marketing, il suo nome finisce a volte per contare più di ciò che apporta davvero al profumo.

UN PROFUMO ALL’OUD CONTIENE PER FORZA OUD NATURALE?

No.

E non è necessariamente ingannevole.

Bisogna distinguere la materia prima dalla nota olfattiva.

Un olio naturale di agarwood può entrare direttamente in una formula.

Ma un profumiere può anche creare un accordo oud: più materie, naturali e/o di sintesi, combinate per produrre una particolare impressione di oud.

È il principio stesso della profumeria.

Un accordo cuoio non si ottiene distillando una borsa.

Una nota marina non richiede di versare acqua di mare in un flacone.

La profumeria non consiste nell’allineare materie prime come si elencano gli ingredienti di una ricetta.

Consiste nel comporre.

La domanda «c’è del vero oud?» può quindi essere legittima.

Ma non è sufficiente.

Una domanda più interessante sarebbe:

che cosa voleva farne il profumiere?

NATURALE O ACCORDO: L’OUD «VERO» È PER FORZA MIGLIORE?

Nemmeno.

E questa idea va ben oltre l’oud.

Tendiamo ad attribuire al naturale una superiorità quasi morale: più vero, più bello, più nobile.

La profumeria funziona raramente in modo così semplice.

Una materia naturale può essere magnifica.

Può anche presentare una sfaccettatura che il profumiere non desidera mettere al centro della sua composizione.

Può allora lavorarla con altre materie, prolungarla, illuminarla, deviarla o attenuarne alcuni aspetti.

È esattamente ciò che ha fatto Mathieu Nardin con Oud Laqué.

Non ha scelto tra «oud vero» e «oud falso».

Ha utilizzato olio naturale di agarwood, poi ha costruito intorno a esso un accordo oud molto più morbido.

Perché?

Perché gli avevamo detto francamente cosa ci dava fastidio.

Quella sfaccettatura animale, a volte fecale, che secondo noi poteva rendere invadenti certi oud.

Mathieu non ha eliminato la materia per rassicurarci.

L’ha lavorata.

È molto più interessante.

LA CARTA BIANCA DIVENTA INTERESSANTE QUANDO TI CONTRADDICE

Dare carta bianca a un profumiere quando il risultato corrisponde esattamente a ciò che avresti immaginato tu stesso non ha, in fondo, nulla di audace.

La libertà diventa interessante quando ti sposta.

Non avevamo mai detto a Mathieu Nardin:

«Vogliamo un profumo all’oud.»

Gli avevamo raccontato i legni laccati dei Bains.

Le loro superfici scure.

I loro riflessi.

Quella profondità quasi liquida del legno quando cattura la luce.

L’oud è venuto da lui.

È importante.

La materia non è arrivata perché nella collezione serviva un oud.

È arrivata perché un profumiere ha ritenuto che fosse giusta per la storia che gli avevamo affidato.

Avremmo potuto rispondergli che l’oud non ci piaceva.

Abbiamo preferito cercare di capire cosa volesse mostrarci.

OUD LAQUÉ: FARE UN OUD CHE POTESSIMO INDOSSARE

Mathieu Nardin ha quindi lavorato partendo da questa tensione.

Conservare ciò che l’agarwood poteva apportare in profondità, legno scuro e sensualità.

Ma tenere sotto controllo ciò che, per noi, provocava il rifiuto.

L’olio naturale di agarwood è così accompagnato da un accordo oud più morbido.

Intorno, il lampone crea una tensione fruttata e acidula. Lo zafferano porta le sue sfaccettature speziate e leggermente animali. Il geranio Bourbon introduce una vibrazione rosata. Il legno di guaiaco prolunga la struttura legnosa. Il benzoino e il patchouli ne sviluppano il calore e la profondità.

Il risultato non cerca di dimostrare che contiene oud.

Cerca di costruire un profumo.

Questa differenza ci sembra essenziale.

Perché la materia più rara, più costosa o più di moda non ci interessa di più se non è al servizio della storia.

E viceversa, non chiederemo mai a un profumiere di rinunciare a una materia solo perché costa cara, se è necessaria al suo lavoro.

Oud Laqué in breve: eau de parfum composta da Mathieu Nardin, collezione Formes et Matières, 2022. Note: lampone, zafferano, geranio Bourbon, olio naturale di agarwood e accordo oud, legno di guaiaco, benzoino, patchouli.

L’OUD È DIVENTATO UN ARGOMENTO DI MARKETING?

Certo, a volte.

Come la rosa.

La vaniglia.

Lo zafferano.

Il muschio.

L’iris.

Il problema probabilmente non è la profumeria di nicchia in sé.

È ciò che accade quando il nome di una materia comincia a sostituire un’idea di profumo.

Un elenco di materie prestigiose può far venire voglia.

Ma non dice quasi nulla sulla qualità della composizione.

Un ingrediente costoso non garantisce un grande profumo.

Nemmeno un ingrediente naturale.

Un oud naturale ancora meno.

Il valore del lavoro comincia quando il profumiere sceglie come usare questa materia, con cosa confrontarla, quale posto darle e, a volte, quale parte di essa decide di non mostrare.

L’OUD È RARO O MINACCIATO?

Anche qui, le risposte semplicistiche sono pericolose.

La forte domanda storica di agarwood ha esercitato una pressione importante sulle popolazioni selvatiche di diverse specie produttrici.

I generi Aquilaria e Gyrinops sono oggi inseriti nell’Appendice II della CITES, che ne regola il commercio internazionale. Fonte: CITES.

Ma il settore è anche molto cambiato.

In diversi paesi produttori si sono sviluppate piantagioni, e oggi esistono tecniche che permettono di indurre la formazione di resina negli alberi coltivati.

I dati CITES mostrano persino che dal 2017 le esportazioni dichiarate provenienti da piantagioni hanno superato quelle da popolazioni selvatiche.

Questo ovviamente non significa che i problemi di sovrasfruttamento, tracciabilità o commercio illegale siano scomparsi.

Significa che, ancora una volta, bisogna resistere a un’equazione fin troppo seducente:

NATURALE + RARO = PER FORZA MIGLIORE

L’origine di una materia conta.

La sua tracciabilità conta.

E conta anche ciò che il profumiere ne fa.

ALLORA, L’OUD CI PIACE?

Oggi questa domanda ci fa sorridere.

Perché era posta male.

Dire «non mi piace l’oud» è quasi come dire «non mi piace il legno» o «non mi piacciono le rose».

Le interpretazioni sono troppe.

Pensavamo che questa materia non ci piacesse.

Mathieu Nardin ci ha semplicemente mostrato che forse non ci piacevano solo certi modi di trattarla.

È proprio per questo che continuiamo a dare carta bianca ai profumieri.

Non perché eseguano ciò che abbiamo già in mente.

Ma perché, a volte, possano farci cambiare idea.

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